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Manuel Bozzi nel paese delle meraviglie

Postato il March 21 2019

“Manuel Bozzi nel paese delle meraviglie. Un orafo stravagante che vive in bilico tra sogno e realtà, tra magia e materia” è un articolo di storytelling aziendale scritto da Camilla Biagini e pubblicato su PisaCool.it nell’aprile del 2018. Abbiamo deciso di proporlo anche sulle pagine del nostro blog, perché si tratta di un racconto che ti consentirà di scoprire qualcosa in più sulla nostra realtà artigiana e sui nostri gioielli, soprattutto sulla passione che mettiamo in ogni lavoro. Buona lettura!

Premessa

Quanto lavoro c’è dietro alla realizzazione di un gioiello? Probabilmente è così che pensate che un reportage su un laboratorio orafo dovrebbe partire, con la speranza che io vi racconti gli attrezzi utilizzati, i macchinari, la bellezza dei gioielli.

Nelle righe seguenti non troverete niente di tutto questo. Molte di queste informazioni le potete scovare direttamente sul sito internet ufficiale di Manuel Bozzi. Altre potete scoprirle navigando un po’ online. No, quello che voglio regalarvi sono le emozioni che ho provato entrando dentro ad un laboratorio orafo per la prima volta nella mia vita e guardando con i miei occhi Manuel e i suoi collaboratori lavorare.

Ecco, se sono queste emozioni ciò che state cercando, non vi resta che sedervi, mettervi comodi, magari davanti ad una bella tazza di caffè fumante, e immergervi in tutte le sensazioni che ho avuto la possibilità, e soprattutto l’onore, di scoprire.

Buona lettura.

 

Capitolo 1. La magia inaspettata

 

Mentre così parlava si trovò sulla mensola del caminetto, anche se non sapeva come ci fosse arrivata. E il vetro stava davvero cominciando a dissolversi come una scintillante nebbiolina d’argento. All’istante Alice attraversò il vetro.”

(Lewis Carroll – Alice attraverso lo specchio)

Non ho mai pensato a me come ad una moderna Alice. Poi ho incontrato il Cappellaio Matto. Manuel Bozzi è infatti proprio come il cappellaio, stravagante, creativo, un genio folle, un uomo che vive in bilico tra questa magia e il suo sapersi muovere nel mondo in modo posato, discreto, mai eccessivo.

Così, proprio come Alice, mi sono ritrovata sulla soglia che separa due mondi: da un lato il negozio di Pontedera così reale e tangibile e dall’altro invece il laboratorio orafo di Manuel che sembra quasi inverosimile, come sospeso nello spazio e nel tempo. E come Alice, anche io ho varcato quella soglia.

Di là dallo specchio ho scoperto la magia che un laboratorio orafo può racchiudere dentro di sé. Sono convinta che un po’ di questa magia sia presente in ogni laboratorio orafo, ma sono anche convinta che l’atmosfera che qui si respira sia unica al mondo. Nel laboratorio di Manuel Bozzi è il nero il colore protagonista e giochi di luci ed ombre si susseguono tra loro in un rimando continuo. Il vecchio e il nuovo si incontrano: banconi moderni total black e dal sapore minimal, computer di ultima generazione, smartphone che squillano, vetri lucenti, sembrano quasi scontrarsi con il sapore polveroso dei banchi artigiani che odorano di tempi passati, uno scontro che si rivela in realtà un connubio perfetto. Ci sono dettagli rock, dalla personalità forte, determinati e pesanti, ma c’è anche una sensazione di lucentezza e leggerezza, semplicemente incredibile.

Manuel gira per la stanza con il telefono all’orecchio, prendendo nuovi ordini. Sembra quasi un ragazzino, ma gli occhiali da vista portati sulla testa lo tradiscono. Controlla le mail nel suo ufficio. Lo vedo in lontananza da dietro il vetro, una stanza che secondo me ha sognato per anni di avere, simile in tutto e per tutto alla sala di incisione di una casa discografica, con l’amplificatore Marshall che troneggia proprio sopra alla cassaforte, una chitarra elettrica, teschi come fermacarte. Guardo Manuel danzare da una parte all’altra del laboratorio, ma ecco che il ragazzo più giovane si posiziona al suo banco da lavoro catturando tutta la mia attenzione.

Ha il cappellino calato in testa. Non lo ha mai tolto, quasi fosse un elmo di protezione. Un pacchetto di sigarette spunta dalla tasca della felpa e sembra quasi gridare al ragazzo “Hey, prenditi una pausa, sono qui che ti aspetto”. Lui non cede, così preso dalla sua concentrazione. Il suo è un lavoro di rifinitura e di pazienza infinita che ai miei occhi è persino più affascinante della realizzazione del gioiello in sé. Ai miei occhi infatti quell’anello che lui gira e rigira tra le dita delle mani era già pronto per essere messo nella vetrina di una gioielleria e invece no, quell’anello ha avuto bisogno di ancora tantissimo tempo prima di potersi dire finito, perfetto, privo di difetti.


 Gli altri due collaboratori si mettono a lavorare subito dopo: uno silenzioso, tranquillo, pacato, si mette a lavorare su microscopici dettagli. È il virtuoso Luigi Ranchelli, il socio di Manuel, che da 15 anni condivide ogni singola mossa, ogni respiro. L’altro apre un cassetto svelando un tesoro incredibile, i modelli in cera monouso. Non credevo che un oggetto di questa tipologia potesse detenere un fascino tanto intenso, ma il punto è che sono gioielli in potenza, in divenire, qualcosa che fa presagire ciò che poi sarà.

Anche Manuel prende postazione al suo banco da lavoro e inizia subito a sporcarsi le mani di una sottile polvere argentata, cercando di tagliare un anello. Canticchia la canzone di Fabrizio De Andrè che passa alla radio “un giorno qualunque mi ricorderai amore che fuggi da me tornerai” con voce sottile. Lui è l’unico a cantare, re di questo spazio, re di questo tempo.

Tutti questi personaggi stravaganti hanno collaborato tra loro tutto il tempo, ognuno sul suo banco, ognuno preso dal suo lavoro, ma sempre pronti a consigliare, a chiedere un aiuto, a finire l’uno il lavoro dell’altro. Persino Manuel ha chiesto consigli. Non me lo sarei aspettato. Dopotutto, viene da pensare, lui è il capo, lui sa tutto. E invece no non è così, lui è il capo ma solo fino ad un certo punto perché un laboratorio orafo di questo livello, solo ora me ne rendo conto, è un organismo vivente composto da molte cellule, ognuna importante, ognuna indipendente ma con le altre interconnessa in modo indissolubile.

 

Capitolo 2. Le armi della creatività

 

A supportare la magia di un luogo tanto particolare, c’è il silenzio. Non si tratta affatto di un silenzio assoluto. In sottofondo c’è il rumore della sega che Manuel sta utilizzando per tagliare un anello, un cigolio persistente che a tratti riesce a regalarmi una sensazione fastidiosa. C’è il rumore dell’aria compressa, quello dei rulli che girano vorticosamente, il grattare della carta vetrata, la radio accesa e le chiacchiere tra colleghi, tra amici. Nonostante questi rumori di sottofondo, c’è un silenzio assordante, il silenzio della concentrazione.

Anche le luci sembrano seguire le stesse regole, luci che non sono mai chiassose e che facilitano la concentrazione perché cadono proprio là dove devono cadere. Colpiscono ogni postazione di lavoro con una diversa luminosità, quando calda e avvolgente, quando fredda, quando a cono per lavorare al meglio su un microscopico frammento, quando invece più diffusa. La luce veste i visi concentrati di calore, rendendoli familiari persino a me.

Quella concentrazione sotto alla luce della postazione di lavoro mi appare finalmente per quello che è realmente, passione, voglia di creare il meglio che quelle mani siano in grado di realizzare, a cui quelle mani siano in grado di dare vita. Ed è una concentrazione che non crea su quei volti alcuna smorfia. Non ho visto bocche contrarsi o occhi corrucciarsi, ma solo visi distesi, rilassati, come se quel lavorare incessante delle loro mani fosse la cosa più semplice al mondo. Ho cercato di immedesimarmi in questi gesti, di osservarli quanto più da vicino possibile, e, credetemi, di semplice non c’è niente. È solo un illusione, frutto della maestria e dell’esperienza: sono gesti complessi, che necessitano di abilità e anche di un certo qual modo di danzare, di rendere il movimento armonioso, sempre uguale a se stesso, fluido.

Silenzio e concentrazione vengono di tanto in tanto interrotti da mail, telefonate, ordini di nuovi clienti e vecchi clienti che hanno bisogno di merce nuova. Pochi istanti per fermarsi, organizzare il lavoro e si riparte di nuovo, verso nuove creazioni, con l’argento sempre stretto tra le mani.

 

Capitolo 3. Tornare alla realtà: il negozio di Pontedera

 


Come Alice, anche io mi sono trovata costretta a tornare alla realtà, ad abbandonare alle mie spalle quel luogo magico e un po’ polveroso, per entrare nel negozio di Pontedera.

Il negozio è lo specchio del laboratorio orafo di Manuel, un luogo nero, di un nero assoluto, dove giochi di luce ed ombre si rincorrono, dove la creatività ha la possibilità di mettersi in mostra in tutto il suo splendore. Ci sono però fondamentali differenze. Polvere, banchi da lavoro, attrezzi, seghe, martelli, carta vetrata: non c’è spazio per nessuno di questi elementi nel negozio di Manuel, dove vige l’eleganza estrema, la pulizia, la precisione, la leggerezza. Alcuni gioielli di Manuel Bozzi a prima vista non hanno niente di leggero. Il loro carattere è forte e deciso e le loro dimensioni sono spesso davvero intense, ma nonostante questo detengono la leggerezza di una libellula, come se riuscissero a calibrarsi in alto nell’aria senza sapere, neanche loro, come.

L’altra differenza sostanziale è che ovviamente qui Manuel non c’è. C’è la moglie, Chiara Vigilante. Piccola, magrissima, elegante, Chiara ha la capacità di indossare i gioielli più grandi e accattivanti di Manuel Bozzi in un modo semplicemente incredibile. Su di lei quasi non noti la loro presenza, una nonchalance la sua deliziosa e allo stesso tempo carica di determinazione. Poi ovviamente li noti, impossibile non farlo perché questi sono gioielli che nascono proprio per essere notati. E in quell’istante, appena ti accorgi della loro presenza, li vorresti indossare anche te. O almeno questo è ciò che ho subito pensato. Vorrei quell’anello, mi sono detta, sì è bellissimo. Chiara è la migliore pubblicità che Manuel potrebbe fare ai suoi gioielli, di questo sono più che convinta.

Tra clienti stravaganti, richieste particolari, personaggi interessanti, ecco che arriva Valentina, la metà di Chiara, collega e amica. Livornese di nascita, Valentina è scappata da una città che le stava stretta e sembra aver trovato la sua dimensione nello store di Manuel. Mamma da pochissimo tempo infatti, è tornata subito a lavoro, pronta a prendersi cura di nuovo dei gioielli di Manuel e di tutti gli altri tesori racchiusi dentro a queste quattro mura. Perché allo store di Manuel trovano dimora anche produzioni trasversali come orologi, accessori in pelle, dipinti, quasi un concept store quindi, se ci passate il termine, dove c’è spazio per molte realtà diverse.

E alla fine arriva Manuel. Le mani nella tasca della giacca, rigorosamente vestito di nero, con lo sguardo intenso, in parte forse un po’ spento dopo una lunga settimana di lavoro, in parte così attento nell’osservare il mondo circostante. Ed è con questa immagine, con l’immagine dei suoi occhi, che questo racconto deve finire.

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